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Siamo a metà aprile 2026. Pasqua passata da poco, ma il vero uovo di Pasqua di questa primavera – quello con la sorpresa più grande – resta il superamento dell’esame per il VDS Avanzato. Un traguardo inseguito con ostinazione, che mi apre finalmente le porte degli “spazi aerei controllati”.  Addio, vecchi limiti dello spazio Golf; benvenuta, libertà d’alta quota.

Pochi giorni dopo, intercetto un’indiscrezione: Giacomo Curzi sta pianificando un’incursione aerea su Roma Urbe per domenica 17 maggio. Il piano ha la precisione di un orologio svizzero: decollo da Fano in tarda mattinata, atterraggio nella Capitale, pranzo veloce e rientro a Fano a pomeriggio inoltrato.

Il Pioneer 200 ha un solo posto libero in cabina. Mi candido all’istante con lo stesso entusiasmo di un bambino che sta per salire sulle montagne russe, pur sapendo che Giacomo ha whatsapp intasato di richieste. Non ci spero troppo, ma a una settimana dal volo arriva la sua chiamata: «Sei ancora dei nostri?». Ovviamente sì.

Nel poco tempo libero tra lavoro e impegni, mi tuffo sulle carte aeronautiche applicando i dogmi del VDS Avanzato: punti di riporto, frequenze, calcoli del carburante e quote di navigazione. Più che un piano di volo, sembra la mappa del tesoro.

A due giorni dal decollo, però, l’ottimismo subisce una brusca decantazione. L’Italia è bersagliata da temporali e piogge intense – addirittura Carlo, che doveva andare a Roma sabato e sarebbe poi tornato con noi domenica, è costretto a rinunciare e con grandissimo scorno se ne va a Roma in macchina sotto la tempesta.

Con Giacomo ci accordiamo per un patto di resistenza: decideremo all’ultimo secondo, dopo un consulto meteo senza sconti.

E la fede aeronautica premia: il sabato i modelli meteo compiono la magia, disegnando una finestra di bel tempo per la domenica, almeno fino al primo pomeriggio.

Unico imprevisto: un cambio di programma dell’ultimo minuto cancella il nostro appuntamento per il pranzo a Roma. Poco male, lo stomaco aspetterà. Ci concentreremo esclusivamente sulla rotta.

Il gran consiglio di guerra

Il sabato pomeriggio ci confrontiamo in videochiamata per un briefing di quasi un’ora. Ognuno di noi si presenta all’appello con la propria rotta d’elezione, difesa con orgoglio accademico.

  • La rotta di Giacomo: Decollo da Fano, prua dritta su Serra San Quirico sorvolando le Lame Rosse e le Grotte di Frasassi, chiedendo l’autorizzazione a Falconara Avvicinamento per salire a 5.000 piedi. A Serra San Quirico salutiamo il CTR di Ancona e ci immergiamo nello spazio Golf lungo l’Appennino, sotto l’occhio vigile di Roma Radar. Da lì, un diretto verso il Lago di Piediluco – quel gioiello idrico figlio dell’ingegneria romana del 271 a.C. – e poi i punti di riporto per agganciare Urbe: Passo Corese, Le Cave e Settebagni, che è il vero cancello d’ingresso nell’ATZ prima di toccare terra.
  • La mia rotta: Una linea più interna e collinare che tocca Pergola, Fabriano e Gualdo Tadino, girando elegantemente al largo dal CTR di Perugia, per poi puntare su Acquasparta e Orte Scalo, prima del gran finale a Settebagni.

Da veri gentiluomini dell’aria, stringiamo l’accordo: Giacomo piloterà all’andata, io al ritorno. Di conseguenza, per il rientro mi basterà semplicemente invertire i miei calcoli. I ruoli sono definiti.

L’andata e lo “scalo tecnico” a Urbe

Domenica mattina. Giacomo siede a sinistra sui comandi del Pioneer con un’espressione sardonica stampata in volto che è un incrocio tra un bimbo nel negozio delle caramelle e un capitano di lungo corso. Decolliamo seguendo la sua traccia. Il controllo di Ancona ci dà il passaporto per i 5.000 piedi. È la mia prima trasvolata appenninica: anche se vissuta dal sedile di destra, l’emozione è notevole. La quota scorre, la terra sotto si fa piccola e la complicità in cabina è al massimo.

Passiamo sulla frequenza di Roma Radar, ma l’Appennino fa il timido e alza un muro di roccia tra noi e le antenne. Sentiamo la stazione Gracidare da lontano, mentre loro non ricevono la nostra portante. Restiamo in ascolto come radioamatori d’altri tempi finché, a 6.000 piedi, nel cuore dei monti, il segnale diventa finalmente un dignitoso 3/5. Stabiliamo il contatto e snoccioliamo i dati: posizione, quota, stimati e destinazione.

La traversata procede liscia come l’olio. Solo qualche lieve sussulto in prossimità delle nubi più cicciotte, ma niente che faccia pensare a brutte sorprese. Arrivati a Urbe, la Torre ci accoglie e ci istruisce per riportare Settebagni e poi in finale sulla pista 16. Atterriamo, rulliamo e spegniamo il motore a fianco di un imponente bimotore P-66: il nostro Pioneer, al confronto, sembra un vivace puledro accanto a un cavallo da tiro.

Qui comincia l’avventura logistica. L’aeroporto dell’Urbe confina con la via Salaria, che di domenica si trasforma in una via di mezzo tra un circuito di Formula 1 e una pista da bob, rigorosamente priva di marciapiedi. Puntiamo un Burger King a soli 500 metri in linea d’aria. Muoversi a piedi, però, significherebbe tentare il suicidio pedestre.

Valutiamo l’autobus, ma un’occhiata ai radar meteo ci gela l’appetito: l’Appennino inizierà a chiudersi entro tre ore. Se l’autobus ritarda, restiamo intrappolati a Roma per due giorni, visto il meteo pessimo in arrivo. La nota puntualità degli autobus romani non ci permette di rischiare.

La fame è tanta, ma il senso di responsabilità aeronautica di più. Decisione eroica e spartana: si salta il pranzo, si fa rifornimento di benzina e si riparte immediatamente.

Il ritorno (a stomaco vuoto)

Poco dopo siamo di nuovo a bordo, questa volta con me sul sedile di sinistra a governare la cloche. Decolliamo dalla pista 16 con un vento al traverso di 7 nodi che si diverte a darci qualche schiaffetto con raffiche improvvise.

Urbe Torre ci concede i 1.500 piedi fino all’uscita dell’ATZ, poi ci passa a Roma Radar. Chiediamo di salire a 4.000 piedi, tenendoci ben sintonizzati sotto i 5.000 per non infilare il naso nello spazio aereo di classe A, severamente vietato ai tubi e tela del VDS.

Voliamo sotto il “soffitto” controllato e, appena la mappa lo consente, riprendiamo a salire livellando a 5.500 piedi. Sotto di noi sfilano Acquasparta, Foligno e Gualdo Tadino, con i nostri stomaci che iniziano a intonare un concerto di brontolii sinfonici.

A Fabriano, Roma Radar ci perde di vista e passiamo con Falconara Avvicinamento. Il controllore ci stende il tappeto rosso con un abbreviato verso Pergola a 5.000 piedi; gli comunichiamo che da lì inizieremo la discesa per non fare i guardoni nel CTR di Bologna.

Atterriamo a Fano con un tocco morbido, ma con una fame da lupi mannari. Giusto il tempo di lavare l’aereo e ricoverarlo in hangar, ed ecco che girandoci verso l’Appennino vediamo il sipario di nubi che si sta chiudendo definitivamente. La scelta di sacrificare il pranzo è stata sacrosanta. Un ritardo di un’ora e avremmo dovuto chiedere asilo politico in qualche campo alternato.

Finiamo la giornata alle 16:30, seduti al McDonald’s di Fano per un pranzo decisamente fuori orario, visto che le cucine del Barone Rosso in aeroporto erano ormai sigillate.

Da questo volo porto a casa una certezza: in aria, saper rinunciare a qualcosa  – anche solo a un panino – è la chiave per portarsi a casa la pelle e il sorriso. Il merito va tutto ai nostri istruttori, che ci hanno insegnato a leggere il cielo senza filtri ottimistici. Siamo tornati a Fano sani, salvi e con un bagaglio di esperienza decisamente più pesante. Ora non resta che pianificare la prossima meta … magari controllando prima dove si trova il ristorante più vicino alla pista.

Intanto ci riguardiamo il “girato del giorno”, la nostra avventura filmata e documentata per i posteri.

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